La Riforma delle Pensioni del Governo Monti

Il nuovo metodo di calcolo

Cosa cambia col decreto legge 201/11

Riforma delle Pensioni

Sempre minori aspettative per i giovani di trovare un posto di lavoro, creare una famiglia, vivere autonomamente e serenamente, sempre più lontano il traguardo della tanto ambita e sofferta pensione di anzianità. Queste alcune delle cattive notizie che arrivano tra cui quella dall’ultima riforma delle pensioni Monti (decreto legge 201 del 2011) che da gennaio 2012 interviene pesantemente sul sistema pensionistico così come non succedeva da tempo e riguarda tutti i lavoratori, dipendenti e autonomi, ad esclusione ovviamente di chi è già andato in pensione o ne ha maturato i requisiti nel 2011.

Bisogna tornare al 1995 con la riforma Dini volendo ricordare un intervento così incisivo. Da allora, il modello pensionistico era stato più o meno adattato alle situazioni contingenti che via via si presentavano al Paese quali la crisi economica, il bilancio in rosso dello Stato, i richiami della CEE, etc.

La nuova riforma delle pensioni questa volta è stata necessaria e dettata da situazioni ancora più gravi e urgenti pertanto dei semplici correttivi sarebbero risultati insufficienti ad evitare il default del Paese con conseguenze estreme e gravissime maggiori di quelle che la riforma stessa avrebbe potuto provocare.

Aspettativa di vita più lunga e crisi economica, il Governo dice, ci chiamano al sacrificio; giustificazioni più o meno inutili per i malcapitati pensionati e non solo, i quali devono come sempre pagare per i danni altrui.

Le novità

Prima di tutto deve essere chiaro che per andare in pensione, occorre lavorare di più. Queste le principali novità a partire dal 1° gennaio 2012 introdotte dal decreto legge 201 del 2011:

  • l’erogazione dell’assegno sociale viene posticipato. Ciò permette l’alleggerimento delle casse dello Stato indotto dalla riduzione dei costi pensionistici;
  • cambiamento del procedimento di calcolo della pensione: il sistema retributivo viene eliminato e viene sostituito dal contributivo;
  • eliminazione delle finestre previdenziali, ossia i periodi intercorrenti tra la maturazione dei requisiti di pensionamento e l’erogazione della pensione;
  • introduzione di un modello che premia chi resta al lavoro e penalizza chi no;
  • equiparazione dell’età pensionabile delle donne a quella degli uomini. Entro il 2019 sarà per entrambi di 66 anni e 11 mesi;
  • scomparsa della pensione di anzianità sostituita da quella anticipata.

Schema di età pensionabile

Età pensionabile

Sistema retributivo, contributivo e misto

Come già detto, il metodo di calcolo delle pensioni cambierà e al sistema retributivo si sostituisce quello contributivo.

Modello Retributivo: introdotto nel 1969, è il sistema di calcolo della pensione in vigore prima della Riforma Monti col quale il calcolo della pensione avviene in base percentuale sulla media delle retribuzioni percepite dal lavoratore negli ultimi anni di lavoro.

Nel 1995, con la Riforma Dini, il sistema retributivo fu mantenuto esclusivamente nei confronti di chi in quell’anno aveva maturato 18 anni di contributi, mentre per anni inferiori di contribuzione fu introdotto un sistema misto chiamato pro quota. Nei confronti di chi cominciava a lavorare successivamente il 1995 era previsto invece il sistema contributivo puro.

Modello Contributivo: è il sistema di calcolo di tutte le pensioni introdotto dalla Riforma Monti. Dal 1° gennaio 2012 si considerano i contributi effettivamente versati nel corso di tutta la vita lavorativa. Questo vale anche per quei lavoratori che nel 1995, avendo maturato 18 anni di contributi, usufruivano del modello retributivo pertanto per questi ultimi, da oggi (2012) fino a maturazione dei requisiti, la pensione va calcolata col sistema contributivo.

Quest’ultimo dovrebbe rispondere ad un principio di equità in quanto a ciascuno spetta tanto quanto versa. Tuttavia non poche sono state le difficoltà nel garantire, durante la fase di passaggio della Riforma, penalizzazioni minime a carico esclusivamente di alcune categorie.

Se tutto questo determini, una perdita o meno, dipende da diversi fattori quali l’aspettativa di crescita personale della propria carriera lavorativa, dall’età di pensionamento dall’ammontare dello stipendio, etc.: certo è che, chi ha stipendi elevati e maggiori il cosiddetto “tetto pensionabile”, ne sarà avvantaggiato.

Il sistema contributivo

Per il calcolo si seguono questi semplici passi:

  • ogni anno viene prelevato e accantonato il 33% della retribuzione lorda per i lavoratori dipendenti, il 20% della retribuzione lorda per lavoratori autonomi (aliquota di computo);
  • tale somma annuale viene accantonata in una particolare forma di fondo previdenziale o conto corrente virtuale, formando insieme a tutte le quote accantonate annualmente, il montante, che altro non è che la somma di tutte le quote (pari al 33% o 20% della retribuzione) accantonate ogni anno;
  • il montante viene rivalutato annualmente al fine di preservarlo dall’inflazione e dalle congiunture economiche, agganciandolo all’andamento del PIL (ricchezza prodotta nel Paese) degli ultimi 5 anni;
  • costituito il montante e raggiunti i requisiti di pensionamento, si prende il montante e lo si moltiplica per un coefficiente detto di trasformazione variabile in funzione all’età pensionabile; più tardi si va, più questo è favorevole. Si ottiene così l’importo della pensione spettante.

La pensione di anzianità lascia il posto a quella anticipata

Precedentemente la riforma delle pensioni, col metodo delle quote era possibile il pensionamento prima dell’età pensionabile. Allora, si teneva conto dell’età anagrafica e di quella contributiva le quali sommate tra di loro, potevano farne scattare i requisiti.

Oggi questo non è più possibile; tuttavia, ci si potrà pensionare prima, purché nel 2012 siano maturati 42 anni più 1 mese di contributi per gli uomini, e 41 anni più 1 mese per le donne. Dopo il 2012, i contributi necessari aumenteranno in funzione dell’aspettativa di vita futura, in previsionale aumento quindi, nel 2031 occorreranno 44 anni più 5 mesi di contributi per gli uomini e 43 anni più 5 mesi per le donne secondo lo schema sotto.

Contributi pensionistici

Meno colpiti saranno i lavoratori che hanno cominciato a prestare lavoro nel 1996 e che pertanto usufruiscono del sistema contributivo puro. Questi infatti, a condizione abbiano 20 anni di contributi alle spalle e una pensione maturata di almeno 2,8 volte l’assegno sociale (1.168 € al 2011), potranno pensionarsi a 63 anni.

Chi si salva

Secondo la legge, restano esclusi dalla nuova riforma alcune situazioni lavorative e categorie di lavoratori:

  • chi nel 2011 ha già raggiunto i tanto ambiti requisiti;
  • i lavoratori in mobilità;
  • chi, cessato il rapporto di lavoro e avendone i requisiti, ha effettuato i versamenti contributivi volontari in forza di autorizzazione chiesta entro il 04/12/2011;
  • i lavoratori esodati. Sono quei lavoratori che per andare incontro alla propria azienda in difficoltà a causa della crisi economica, hanno deciso, essendo in prossimità del pensionamento, di anticiparlo usufruendo di uscite agevolate;
  • le donne che hanno optato per il sistema contributivo. Per queste è infatti possibile andare in pensione optando per quello contributivo laddove nel 2015 abbiano versato 35 anni di contributi e raggiunto 57 anni di età se lavoratrice dipendente, 58 anni di età se lavoratrice autonoma.

Un aiuto online

Per chi ha già il codice pin, è possibile accedere al portale dell’INPS che mette a disposizione a favore dei propri utenti, una serie di servizi online tra i quali la possibilità di visionare la propria posizione contributiva e anche fare domanda di pensione. Ecco inoltre una Guida de “ilsole24ore”

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