L’anatocismo bancario, una pratica illecita

Tra divieti normativi e divieti giurisprudenziali

Il fenomeno dell’anatocismo bancario consiste in una pratica, messa in atto in passato dagli gli istituti bancari, che comporta il calcolo di interessi su interessi scaduti. Si pensi per esempio all’interesse attivo su conti correnti o all’interesse passivo su un mutuo bancario.

Anatocismo Bancario

Si parla anche, in tal caso, di interessi composti, in quanto gli interessi maturati si capitalizzano, andando così ad aggiungersi alla somma a debito.

E ciò, in passato, avveniva nel seguente modo: gli interessi del debitori venivano liquidati ogni trimestre, mentre quelli a credito con frequenza annuale. In tal modo si creava uno sbilanciamento degli interessi debitori con conseguente formazione di ulteriori interessi passivi.

L’anatocismo bancario è un fenomeno complesso e dal significato non sempre univoco e la cui disciplina è stata oggetto di svariate disposizioni legislative, nonché di disparate pronunce giurisprudenziali. E ciò si è tradotto ovviamente in un alto numero di processi giudiziari tra banche e correntisti.

Anatocismo bancario, da prassi bancaria a illecito civile

Innanzitutto, bisogna precisare che le attuali disposizioni normative, avallate dalla giurisprudenza, vietano l’anatocismo bancario. Ciò non vale però per gli interessi di mora, per la cui disciplina occorre ancora rifarsi alla norme codicistiche e al contratto stipulato con l’istituto bancario.

Dopo un lungo percorso legislativo e giurisprudenziale, dunque, l’anatocismo bancario è considerato un illecito civile, con conseguente diritto per la “vittima” di ottenere un risarcimento. Nonostante le affinità, esso si differenzia però dall’usura bancaria, che configura un reato penale (articolo 644 c.p.).

Tuttavia, un’importante sentenza della Cassazione (07/02/2017 n. 3190) ha stabilito un importante principio in tema di prescrizione del diritto di risarcimento degli interessi derivanti da anatocismo bancario.

La Suprema Corte, infatti, ha affermato che la prescrizione avviene dopo 10 anni dalla data di estinzione del saldo di chiusura del conto, in cui gli interessi non dovuti sono stati registrati.

Evoluzione normativa e giurisprudenziale

Eppure tale divieto, nel nostro ordinamento giuridico, era sanzionato già dall’articolo 1283 c.c. (“Anatocismo”), che tuttavia prevedeva delle eccezioni al divieto di capitalizzazione di interessi, consentendo agli istituti bancari di applicare tale istituto nei contratti stipulati con i correntisti:

Tali eccezioni sono le seguenti:

  • Gli interessi che maturano dal giorno della domanda giudiziale;
  • La conclusione di una convenzione posteriore alla scadenza;
  • La mancanza di usi contrari.

Per evitare contrasti tra legge (l’articolo 1283 c.c) e la giurisprudenza, si è cercato di rimediare con l’emanazione del Testo Unico Bancario (D.Lgs.  1° settembre 1993, n.  385) e in particolare dell’articolo 120, la cui iniziale impostazione non faceva però alcun riferimento all’anatocismo bancario.

La storia normativa di tale articolo è molto travagliata, in quanto ha subito numerose modifiche, di cui 4 relative proprio al fenomeno in esame.

La svolta: le sentenze della Cassazione e il d.lgs n. 342/1999

Un cambio di rotta è avvenuto nel 1999, con due importanti sentenze della Corte di Cassazione (Cass., Sez. III, 30/03/1999, n. 3096 e 16/03/1999, n. 2374), che hanno “azzerato” l’efficacia della clausola prevista nell’articolo 1283 c.c. (“in mancanza di usi contrari”) che legittimava in sostanza il ricorso all’interesse composto.

La Suprema Corte, in tali circostanze, ha affermato l’inesistenza di un uso normativo idoneo a legittimare il ricorso all’anatocismo bancario, sancendo così l’illegittimità della clausola trimestrale di capitalizzazione.

L’ulteriore passo è consistito nella creazione dell’articolo 25 del D.lgs. 342/1999, che ha modificato l’articolo 120 TUB, stabilendo che:

  • Nelle operazioni di conto corrente venga assicurata nei confronti della clientela l’eguale periodicità nel conteggio degli interessi debitori e creditori;
  • Le clausole relative all’anatocismo stipulate anteriormente all’entrata in vigore della normativa sono valide ed efficaci, mentre oltre tale data devono è prevista la sanatoria;

Quest’ultimo principio, contenuto nel terzo comma dell’articolo 25 è stato in seguito dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale (Sentenza n. 425/00), consentendo così ai clienti degli istituti bancari di richiedere la restituzione giudiziale dell’indebito.

Contro l’ormai illegittima prassi dell’anatocismo bancario è intervenuta in seguito la sentenza del 13 dicembre 2002, n. 17813, che ha esteso tali principi, pensati per i contratti dei correntisti, anche a quelli di mutuo bancario.

Un’altra importante sentenza della Corte di Cassazione (4 novembre 2004, n. 21095), affermando che le clausole con cui vengono capitalizzati trimestralmente degli interessi a debito sono nulle e consentendo così ai clienti degli istituti bancari il recupero delle somme indebitamente dovute, ha confermato in modo perentorio i pregressi orientamenti.

Dott. Franco Fusé

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